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"True Cost", il lato oscuro dell'industria tessile. Un docu-film e una sfilata parlano di ambiente e solidarietà

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Lo sapevate che l’industria dell’abbigliamento ha un effetto nocivo sull’ambiente, secondo soltanto a quello dell’industria petrolifera? I dati parlano chiaro e, tirando le somme, a pagare le spese non sono “solo” terra e cielo ma anche i lavoratori sfruttati fino al midollo e lasciati morire in condizioni inumane.

Parte da questa riflessione Andrew Morgan, regista e autore di un documentario che racconta il lato più oscuro del fashion system. Pensiamo al mondo della moda e, davanti agli occhi, ci scorrono tessuti sontuosi e paillettes scintillanti sotto le luci colorate delle passerelle. Ma quello non è che uno dei prodotti di un lavoro che di glamour e scintillante ha davvero poco.

Era mattino presto - racconta Morgan - bevevo il caffè. Sul tavolo della cucina, il New York Times. In prima pagina due ragazzini, dell’età dei miei figli, di fronte a un enorme muro con le foto delle persone che mancavano all’appello. Ho iniziato a leggere e scoperto quello che era successo a Rana Plaza, in Bangladesh: migliaia di persone morte, tanti i cadaveri di donne e anche bambini”.

È nato così “True Cost”, la storia di uno degli episodi più tragici dell’industria tessile. Un racconto e una denuncia contro le condizioni in cui versano donne e bambini costretti a lavorare sull’orlo dell’indigenza e dell’emarginazione con una retribuzione indecente.

Omaggio a Krizia: i capi che hanno fatto la storia

Com’è possibile - continua il regista - che ai giorni nostri un’industria come quella della moda, che ha tanto successo e fa profitto, possa comportare perdite di vite umane? La seconda: ho sentito un brivido lungo la schiena e mi sono reso conto di non essermi mai chiesto da dove venivano i capi di abbigliamento, a basso costo, che indosso”.

Il docu-film verrà presentato proprio oggi, 10 dicembre, presso Nazionale Spazio Eventi a Roma. Un evento organizzato in collaborazione con Action Aid. Oltre ad un assaggio del documentario, andrà in scena anche una sfilata. In passerella gli abiti di Cangiari (che in dialetto calabrese vuol dire “cambiare”), un marchio che costituisce un vero unicum nel panorama italiano: tutti capi artigianali e sostenibili lavorati con filati e colori biologici provenienti da una filiera 100% Made in Italy composta da cooperative sociali che lottano attivamente contro la ‘ndrangheta e offrono lavoro a quanti combattono per il riscatto economico della propria terra. Moda, solidarietà, rispetto per l’ambiente visti attraverso l’occhio di una videocamera e della dignità umana.

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